Il Governo Ugandese sempre più omofobo: Cancellate 38 Ong

Uganda: governo dichiara guerra ai gay. Cancellate 38 ONG, 'traviano bambini'


Kampala ha deciso di revocare l'autorizzazione ad operare a 38 organizzazioni non governative che tutelano gli omosessuali. "Spingono i bambini a dichiararsi gay"


Kampala - E' oramai una guerra dichiarata quella che il governo ugandese ha scatenato contro i gay. Kampala ha deciso di revocare l'autorizzazione ad operare a 38 organizzazioni non governative che tutelano gli omosessuali. Le motivazioni sono molto pesanti perche' si accusa le ong di spingere i bambini ugandesi a ''dichiarare'' la loro omosessualita', e quindi a rivendicare il diritto di potere assumere tutte le decisioni personali che possono derivare da questa condizione.

Fonte: Ansa

Guatemala: Kendra: la regina transgender

La corona di Miss Transgender è per la 21enne Kendra Ferrari. E' lei la vincitrice del concorso annuale ''Miss Night Queen Beauty Pageant'', in Guatemala, a cui hanno partecipato centinaia di giovanissime transessuali. In questa galleria il reportage del fotografo Ap Rodrigo Abd:
http://www.repubblica.it/esteri/2012/06/17/foto/miss_transgender_sulla_passerella_la_regina_ferrari-37371913/1/?ref=FRAG-5


Pubblicato da Lorenzo Bernini

Ottocentomila persone in fuga il 2011 è stato l'anno dei rifugiati

Sangue, rivolte e repressioni: i 12 mesi passati sono stati segnati da un numero mai così alto di nuovi rifugiati. Il nuovo rapporto Unhcr: "Sofferenze di dimensioni memorabili". Boom di richieste di asilo in Italia: +240%. Ma c'è anche una nota positiva: 3,2 milioni di persone sono tornate a casa
di VALERIA FRASCHETTI

ROMA - Altro che anno della caduta di Gheddafi, Ben Ali e Mubarak. O del trionfo di Ouattara in Costa d'Avorio e della fine di Bin Laden. Per centinaia di migliaia di persone il 2011 sarà soprattutto ricordato come l'anno in cui sono state costrette a abbandonare casa e patria. Come "l'anno dei rifugiati".
Primavere arabe, nuovi conflitti, crisi di vecchia data, ma con un flusso in uscita che non s'arresta, hanno regalato all'ultimo anno un record pesante: quello con il più alto numero di persone diventate rifugiate dal 2000.
Ottocentomila. Tante ne conta l'ultimo rapporto dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati 1(Unhcr). Che, complessivamente, rileva che nellostesso periodo 4,3 milioni di persone sono state protagoniste di migrazioni forzate. "Il 2011 ha visto sofferenze di dimensioni memorabili", ha dichiarato l'Alto commissario dell'agenzia Onu Antonio Guterres.

La lunga lista delle crisi umanitarie. Costa d'Avorio, poi Libia, Somalia, Sudan e altri Paesi ancora. Una sequela di crisi umanitarie che alla fine del 2011 ha contribuito a registrare nelle statistiche demografiche del pianeta la cifra di 42,5 milioni di persone tra rifugiati (15,4 milioni), sfollati interni (2,64 milioni) e richiedenti asilo (895mila). Solo gli scontri in Costa d'Avorio, tra i sostenitori del neoeletto presidente Ouattara e quelli del suo predecessore Gbagbo, hanno creato un esodo di 200mila ivoriani. Altri 300mila rifugiati sono quelli prodotti dalla carestia e dalla guerra in Somalia.

Il triste primato dell'Afghanistan. È l'Afghanistan, però, che si conferma il Paese d'origine del maggior numero di rifugiati, 2,7 milioni. In pratica: un rifugiato su quattro al mondo è afgano. Seguono Iraq (1,4 milioni), Somalia (1,1 milioni) e Sudan (500mila). Uno tsunami umano che tracima puntualmente nei Paese limitrofi, come dimostra il fatto che quelli che ospitano più rifugiati sono il Pakistan, l'Iran, il Kenya e il Chad. Tutti Paesi che già faticano a garantire standard di vita dignitosi ai propri cittadini. E che confermano, quindi, un altro dato preoccupante: quattro quinti dei rifugiati si trovano in Paesi in via di sviluppo, quasi la metà in economie dove il reddito pro-capite non arriva ai 3.000 dollari.

Gli effetti sull'Italia. Poi, l'effetto sull'Italia dei rivolgimenti nordafricani e mediorientali. Nonostante allarmi e allarmismi, il nostro Paese ha solo un rifugiato ogni mille abitanti, 58mila in tutto. Mentre in Francia,
Regno Unito e Olanda il rapporto è di 3-4 ogni mille. Eppure, le primavere arabe fanno balzare l'Italia al quinto posto per numero di domande d'asilo: 34.000. Un incremento pazzesco: +240 per cento in un anno.

La nota positiva. La nota positiva nel rapporto annuale Unhcr esiste, e viene dalla popolazione degli sfollati. In 3,2 milioni, la cifra più alta da oltre un decennio, hanno fatto ritorno a casa. Il fenomeno è stato più evidente in Libia, dove la fine del conflitto tra gheddafisti e ribelli ha spinto 150mila cittadini fuggiti dalle bombe a fare ritorno nelle loro case abbandonate pochi mesi prima. Tendenza simile in Costa d'Avorio con la fine delle violenze politiche, che ha visto 135mila persone lasciare la Liberia per tornare a Abidjan e dintorni.

Il ritorno degli iracheni. Anche in Iraq, evidentemente, la sicurezza interna sta migliorando se i rifugiati rientrati sono stati 67mila, il doppio del 2010.
Un incremento dovuto anche all'introduzione di un sussidio per i rimpatriati e al conflitto nella vicina Siria, ospite di un gran numero di rifugiati iracheni. Che, scampati a una guerra in patria, si sono ritrovati in mezzo a
una nuova guerra civile.


Pubblicato da Lorenzo Bernini

Les parents du jeune gay assassiné se confient dans la presse belge

par abdelilah ennabih

Depuis la mort de leur fils, les parents d'Ihsane Jarfi étaient discrets, mais
dignes. Un mois et demi après les faits, ils confient à la presse belge leur
tristesse et leur env
Dans une interview accordée hier aux journaux Le Soir et la Meuse, Nancy et
Hassan Jarfin racontent leur cauchemar éveillé. Depuis ce jour où, l'air grave,
des policiers leur ont annoncé que trois hommes avaient été arrêtés, «que c'
étaient des barbares et que ce qu'ils avaient fait était inhumain». Quelques
heures plus tard, le corps de leur fils Ihsane sera retrouvé dans un champ.

Né à Casablanca, Hassan Jarfin est venu en Belgique pour ses études en
communication. Il y a rencontré sa femme, Nancy, qui est institutrice. Le
couple aura six enfants, dont Ihsane était l'aîné. Ils étaient très fiers de
lui: «Il venait de décrocher un job de gérant d'un magasin de vêtement de luxe
à Bruxelles et avait pris un mois de congé pour réviser les langues avant de
commencer ce travail. Il a toujours travaillé, il rigole tout le temps. Il
rayonne d'amour.» Ils en parlent toujours au présent.

[Vous devez être inscrit et connecté pour voir cette image][Vous devez être
inscrit et connecté pour voir ce lien] style="width: 241;height: 344" alt="" />
[b]«Dieu a créé mon fils comme ça»
Hassan enseigne la religion islamique dans une école liégeoise et est
responsable d'une des plus grandes mosquées de la ville. Mais quand Ihsane
(photo ci-contre) a fait son coming out, il n'a été ni surpris, ni choqué. «Je
le savais déjà. Quand il était petit, il essayait les chaussures de sa maman. J'
ai éduqué mes enfants dans la multiculturalité, la liberté.» Après avoir
consulté les textes religieux, il dit n'avoir «rien trouvé dans (sa) religion
disant qu'un homosexuel était condamné à l'enfer. L'ignorance est la pire des
ennemies. Dieu a créé mon fils comme ça.»

Pour Nancy et Hassan, impossible de ne pas penser aux circonstances atroces de
la mort d'Ihsane. Ils ne crient pas vengeance, mais ne peuvent pas pardonner.
«Nous espérons que dans leur cellule, ils repensent au visage d'Ihsane qui les
suppliait d'arrêter et qu'un petit peu d'humanisme va poindre dans leur tête.
Nous voudrions que personne ne soit privé de son enfant juste parce que celui-
ci a voulu être ce qu'il était. Jusqu'au bout, nous militerons pour les
minorités, contre l'homophobie et la haine de la différence.»ie de militer
contre l'homophobie.

Source:http://forum.gaymaroc.net/t252-les-parents-du-jeune-gay-assassine-se-
confient-dans-la-presse-belge
- tetu.com[/b]


Pubblicato da Lorenzo Bernini

Repealing Malawi’s LGBT Laws: An Example for Africa?

At a news conference shortly after she was sworn in as Malawi's president,
Joyce Banda announced her government's intention to decriminalise
homosexuality. It is unclear how she will achieve this, but the move is in
stark contrast to the approach of her predecessor, Bingu wa Mutharika, who
openly condemned it.

In a region in which lesbian, gay, bisexual and transgender (LGBT) rights have
often been rejected in the name of traditional values, Banda's stance is bound
to attract attention. Hopefully, it will bring about some rethinking of
policies that discriminate against LGBT people and often even criminalise
homosexual practices.

In fact, Banda has taken a series of brave stands since she took office. Her
refusal last week to host the African Union summit in July because the AU
insists on having President Omar al-Bashir of Sudan there, despite his
outstanding arrest warrant from the International Criminal Court, is just one
of them.

And amending LGBT rights is another indication of her determination to lead
Malawi back onto the path of being a forward-looking democracy and a state that
respects universal human rights and global bodies such as the ICC over and
above parochial interests.

Banda, the former vice president, inherited a grim economic situation when she
took office in April, the first woman to become a head of state in the southern
African region. Soon after taking office, she announced that she intended to
repeal repressive laws and policies, some of them passed under Mutharika's
rule, including the laws criminalising same-sex acts.

The repeal of these repressive laws would be good news for Malawi and for
Africa. It would not only spare members of the LGBT community the fear of
prosecution, but would also negate the legitimisation of violence, abuse, and
discrimination based on sexual orientation.

It would also be the first time since 1994 that an African country has
repealed anti-LGBT legislation, and would add renewed impetus to global efforts
toward decriminalisation of same-sex conduct.

How then will Banda's announcement be viewed by other African leaders? Coming
as it does just before the AU Summit on Jul. 15 and 16, Banda's decision may
reignite the discussion of traditional values, in a desperate attempt by some
to reverse progress made through years of activism and international
jurisprudence. Such a move should not be allowed to take hold.

by Monica Tabengwa

Under Mutharika's rule, the situation in Malawi was quite different. In April
2010, Malawi authorities arrested and prosecuted Tiwonge Chimbalanga, a
transgender woman, and Steven Monjeza, a man, after a local newspaper published
pictures of their "engagement party."

After an international outcry, Mutharika pardoned the two on "humanitarian
grounds" but said the couple had committed crimes against Malawian tradition
and culture. To underscore the point, in December 2010 the Malawian parliament
extended existing laws criminalising same-sex acts between men to include same-
sex acts between women.

Mutharika died in April after eight years in office that did little to address
the corruption and poverty in Malawi, one of Africa's poorest countries. During
2011, as the economic situation deteriorated and public grievances grew, the
government became increasingly repressive. On Jul. 20, police fired on a
demonstration, killing 19 people and wounding dozens more. Hundreds were
arrested.

Multiple donors suspended aid programmes, including the United Kingdom, the
United States, Germany, Norway, the World Bank, and the African Development
Bank, citing bad governance and mismanagement of funds.

Although sanctions may be useful in seeking to secure and protect human
rights, any attempts to single out LGBT rights in this process has backfired as
politicians have used this to divert the people's attention from their own
corrupt practices. The government sought to blame the LGBT community for the
cuts in donor aid, provoking increased homophobia and threats against known
supporters of LGBT rights.

In part for this reason, the public perception of Banda's motives in saying
she intends to decriminalise homosexuality may be more contentious. Some in
Malawi and in the region will see her move as bowing to international pressure.

The issue of donors imposing conditions on their aid has long been a bone of
contention for African states, but the LGBT issue has spurred new debate. While
good governance and respect for human rights should be core standards
underpinning donor programmes, many African activists, including international
human rights advocates, oppose the use of aid conditionality to promote
protection of LGBT communities in Africa.

After British Prime Minister David Cameron threatened to suspend direct aid to
repressive governments, especially countries that had laws, policies, and
practices that subjected LGBT communities to discrimination and abuse, some
African social justice activists wrote to him expressing their disapproval,
saying:

"The imposition of donor sanctions may be one way of seeking to improve the
human rights situation in a country but does not, in and of itself, result in
the improved protection of the rights of LGBTI (lesbian, gay, bisexual,
transgender and intersex) people. They tend, as has been evidenced in Malawi,
to exacerbate the environment of intolerance in which political leadership
scapegoat LGBTI people for donor sanctions in an attempt to retain and
reinforce national state sovereignty."

But Malawi, South Africa, and others should stand firm against any effort to
reject LGBT rights as human rights.

As Banda acts to rebuild the country's economy and roll back the recent human
rights repression, decriminalisation is an important first step. However, it
needs to be accompanied by a real commitment to address public homophobia, and
support civil society efforts to promote human rights more broadly — efforts
that donors should support.

It will take more than the repeal of the laws to change public perceptions and
attitudes. Banda's efforts will need a holistic focus on rights and civil
liberties for all Malawians, including LGBT individuals. Forming strategic
partnerships with civil society organisations to prevent all form of
discrimination — including on the basis of sexual orientation — will not only
circumvent homophobic sentiments but also promote greater public participation
and ownership of the reform process.

Fonte: http://www.hrw.org/news/2012/06/14/repealing-malawi-s-lgbt-laws-example-
africa
Pubblicato da Lorenzo Bernini

Ecco come trattiamo i migranti

di Francesca Sironi

Accordi segreti con la Libia, diritti umani violati, barconi respinti senza controllare chi c'é a bordo, nessuna struttura per l'integrazione. Così il nostro Paese si avvicina alla giornata mondiale del rifugiato che si celebra il 20 giugno

Stazione di Ventimiglia, ore due di notte. L'atrio si riempie: ragazzi marocchini, tunisini, iracheni, somali. Vengono a dormire qui, perché ci sono luce, amici e un po' meno di umidità. Chissà quanti fra di loro avranno in tasca il permesso di soggiorno come rifugiati politici. Perché non sarebbe strano, anzi: «A Milano ormai sono migliaia - racconta Marica Livio, psicoterapeuta, esperta di etnopsichiatria - gli eritrei che vivono abbandonati negli scali ferroviari, nonostante abbiano ricevuto lo status di rifugiato e la conseguente protezione. Una protezione che rimane sulla carta».
A pochi giorni dalla giornata mondiale del rifugiato, che si celebra ogni anno il 20 giugno, in tutta Italia si preparano iniziative, convegni, feste e momenti di riflessione. Perché l'Italia, nel 2012, è ancora ben lontana dall'essere un Paese dell'accoglienza. Ce lo ha detto l'Europa, con la condanna ufficiale, arrivata lo scorso febbraio, per i respingimenti in Libia nel 2009. E lo ripete in questi giorni Amnesty International, con un durissimo attacco al nostro Paese nel suo ultimo report, "SOS Europe". «L'Italia è sul banco degli imputati - spiega Christine Weise, presidente di Amnesty Italia - per il trattato ancora in piedi fra il nostro Paese e la Libia. Accordi tenuti segreti, che nonostante tutte le denunce portate avanti in questi anni il governo Monti ha scelto di rinnovare, con l'appoggio del nuovo esecutivo libico».

Il contenuto del trattato è segreto, ma l'applicazione è sotto gli occhi di tutti. Migliaia di profughi respinti e trattenuti in centri "d'accoglienza", meglio definibili di concentramento, al confine di Tripoli: «Da quando è scoppiata la rivoluzione - continua la presidente di Amnesty Italia - la situazione è addirittura peggiorata. I libici di pelle scura e gli africani dell'area sub-sahariana sono vittima di persecuzioni e violenze, a causa del pregiudizio comune che essi siano stati mercenari di Gheddafi». Nemmeno l' UNHCR, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati politici, può fare qualcosa: dal 2010 tutti i suoi servizi d'accoglienza in Libia sono stati bloccati, e non hanno mai ripreso a funzionare. I racconti che arrivano dai campi di Tripoli da coloro che sono riusciti a scappare durante la rivoluzione sono agghiaccianti: sovraffollamento, violenze, arbitrarietà di trattamento e giudizio.

Fra le pratiche italiane più criticate da Amnesty c'è quella della "caccia" ai barconi per respingere i migranti prima ancora che abbiano messo piede sul nostro Paese. Azioni che secondo Amnesty contravvengono la convenzione di Ginevra: «Fra gli obblighi che abbiamo siglato nel 1951 - spiega Christine Weise - c'è quello di non effettuare respingimenti di massa. Deve essere verificata la posizione di ogni persona, perché molti di coloro che cercano di arrivare in Italia rischiano la vita se vengono rimandati nel Paese da cui scappano. E prendere un barcone per mare riportando indietro tutte le persone che vi sono sopra è proprio il contrario di ciò che siamo tenuti a fare per rispettare i diritti dei richiedenti asilo». Su questo argomento, al Ministero degli Interni ci sono solo bocche cucite e la nostra richiesta di intervista è stata rifiutata.

Nonostante il trattato, solo nei mesi dell' "Emergenza Nord Africa", com'è stata ufficializzata nell'aprile scorso la nuova ondata di sbarchi dal Mediterrano, sono arrivati sulle nostre coste 22.216 migranti. A questi andrebbero aggiunti gli oltre duemila che sono morti in mare, secondo i dati raccolti da Fortress Europe. Molti di loro erano già profughi in Libia, scappati dalla guerra o dalle carestie: somali, eritrei, ivoriani, afghani, pakistani e molti altri.

Pubblicato da Lorenzo Bernini



Per loro in Italia esistono tre tipi di permessi di soggiorno, riconosciuti ai rifugiati: l'asilo politico, la protezione sussidiaria e quella umanitaria. «Nel '98, quando è nato il nostro servizio - racconta Dela Ranci, fondatrice di Terrenuove, una cooperativa di Milano che offre agli immigrati consulenza psicologica gratuita - i rifugiati scappavano soprattutto per cause politiche, etniche, religiose. Erano persone più consapevoli, che sapevano di aver pagato con la fuga, e magari con violenze e torture, delle loro scelte di vita. Oggi la maggior parte dei rifugiati che si rivolge a noi è scappata da guerre, carestie, povertà. Sono situazioni collettive, che fanno parte di una storia di popolo, spesso non personale. Soprattutto, sono situazioni che pochi di loro hanno scelto».

Mare Chiuso al MILK - Mercoledì 20 Giugno 2012 ore 18.39

Da sempre impegnato per la difesa dei diritti umani, con particolare (ma non esclusivo) riferimento ai temi dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, il comitato provinciale Arcigay Pianeta Urano Verona aderisce, insieme ad oltre 80 realtà in tutta Italia (l’elenco completo è disponibile al link:
http://marechiuso.blogspot.it/2012/05/20-giugno-le-proiezioni-che-aderiscono.html), all’iniziativa “Mai Più Respinti” lanciata da ZaLab in collaborazione con Amnesty Italia e Open Society Foundations ospitando una proiezione del
documentario Mare Chiuso, prodotto da ZaLab e diretto da Andrea Segre e Stefano Liberti (vedi www.marechiuso.blogspot.it). Il film affronta il tema dei tristemente noti respingimenti di profughi: tra il 2009 e il 2010, in seguito al trattato di amicizia Italia-Libia del 2008 e in applicazione degli accordi tecnici del 2007, centinaia di migranti in fuga dalle coste del Nordafrica sono infatti stati respinti senza essere identificati né avere accesso alla procedura di asilo. Sono stati rimandati in Libia dove sono stati imprigionati, torturati e deportati dalla polizia di Gheddafi. Molti erano richiedenti asilo, fuggiti da guerre e persecuzioni, dovute, per alcuni di loro (possiamo supporre) anche a motivi di orientamento sessuale e identità di genere.Verona è stata fra le prime città in Italia ad attivare un servizio specificamente rivolto alle persone perseguitate nei rispettivi Paesi d’origine
per via della propria condizione di gay, lesbica o transessuale e che desiderino richiedere asilo. A questo Sportello Migranti GLBT, funzionante da diversi mesi e che già si è occupato, spesso con esito positivo, di numerosi casi, partecipa anche Arcigay Pianeta Urano, insieme ad altre associazioni veronesi (ARCI, Arcilesbica, ASGI, Il Germoglio). Forti di questa esperienza sul campo, sosteniamo quindi con convinzione l’iniziativa “Mai Più Respinti”, che chiede al governo italiano di cessare una pratica gravemente lesiva dei
diritti umani.
La proiezione di Mare Chiuso si svolgerà mercoledì 20 giugno a partire dalle ore 18.30 presso il Milk LGBT Community Center (Via Antonio Nichesola 9, 37132 Verona, S. Michele Extra). Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

Michele Breveglieri
Presidente Arcigay Pianeta Urano Verona

Daniele Speziari
Responsabile Cultura Arcigay Pianeta Urano Verona

Luigi Turri
Presidente Milk LGBT Community Center


Lorenzo Bernini 
Sportello Migranti LGBT Verona

Kenyan activists identify gay serial blackmailer

GALCK's call for gay victims of blackmail in Kenya to come forward lead to the
identification of a serial criminal

by JASON CURLEY

Gay blackmail victims who have reported the crimes to Identity Kenya have
identified a man who has extorted money from several victims since 2009.

The victims posted a nude photograph of the same man who'd used it to attract
victims on social media sites. The victims would meet the man for sex in Kahawa
Wendani estate or in Dandora's Joy Villa estate in Nairobi.

After sex other men would bust into the rooms under the pretext of anti-gay
raid and ask or force the victims to hand over money. One victim was forced to
call his family and ask for a money transfer, telling his parents it was an
emergency and he was stranded.

More victims were held for hours and some overnight.

One victim said: 'I was held hostage for 22 hours at Ruaka, Banana. I was
being threatened with a man who I only heard his name mentioned as Steve.'

Another reported: 'I was blackmailed and kidnapped for a whole night and
robbed… Though I reported the matter to GALCK, the persons are yet to be
caught.'

Last week Gay Star News reported on the criminal gang which is using dating
sites and Facebook to meet closeted LGBT people in Kenya, who they then
blackmail.

Fonte: http://www.gaystarnews.com/article/kenyan-activists-identify-gay-serial-
blackmailer110612

Pubblicato da Lorenzo Bernini

African focus in human rights film fest

By MISANI

The 50th anniversary of the U.N.'s Universal Declaration of Human Rights took
place in 1998. For this milestone, Human Rights Watch, a nonprofit organization
committed to defending the rights of people around the world, printed and
distributed the 30-article declaration, which the United Nations' General
Assembly adopted on Dec. 10, 1948, in Paris, France.
The declaration came into existence as a result of the horrific occurrences of
World War II. It represents the first written global statement of the rights to
which human beings are naturally entitled.
Human Rights Watch's strategy is to bring to light human rights violations by
shining the spotlight on a variety of very specific international issues. It
has effectively been at the vanguard of this battle over the past 30 years,
working unceasingly, as they describe, "to lay the legal and moral groundwork
for deep-rooted attention where human rights are violated."
In its fight to bring improved justice and security to the citizens of the
world, it has, as the organization states, "given voice to the oppressed and
[held] oppressors accountable for their crimes."
One of the key vehicles in the organization's fight for human rights is the
Human Rights Watch Film Festival, which serves to show its audience violations
of the rights of human beings around the world.
Through the powerful art of images and storytelling on screen, the festival
brings to life human rights abuses, acting as a conduit to engage viewers to
connect and empathize with the abused victims. This in turn motivates and stirs
them into action, prompting them to speak up and rally for justice.
The 2012 Human Right Watch Film Festival, co-presented by the Film Society of
Lincoln Center, runs June 14-28 at Lincoln Center's Walter Reade Theater, 165
W. 65th St.
Now in its 23rd year, the program consists of 16 films from 12 countries, 14
of which are New York premieres. Amongst the collection are the following films
of African interest.
"Color of the Ocean" (Spain, 2011), directed by Maggie Peren, will screen on
Saturday, June 23 at 8:30 p.m. and Sunday, June 24 at 4 p.m. The film, in
French, German and Spanish with English subtitles, focuses on a Congolese man
(Hubert Koundé), Zola, and his son Mamadou, who are among a boatload of
refugees that lands on the shores of the Canary Islands.
Zola, who is placed in an internment camp, receives the assistance of
Nathalie, a German tourist, whose husband objects to her involvement. A
relationship evolves between Nathalie and Jose (Alex Gonzalez), a police
officer on the island who has become skeptical about his job. Zola and Mamadou
subsequently find themselves at the mercy of smugglers. All of the characters
grapple with the question of responsibility for the actions they choose to
take.
"Little Heaven" (Belgium, 2011) is a documentary by Lieven Corthouts that
makes its New York premiere on Monday, June 25 at 4 p.m. Subsequent screenings
with post-screening Q&As take place Tuesday, June 26 at 6:30 p.m. and
Wednesday, June 27 at 9 p.m. The setting for the documentary is the Little
Heaven Orphanage in Addis Ababa, Ethiopia; the subject is children living with
HIV.
Through Lydia, one of the children, and her diary, the daily routines of the
children unfold. The children who have been abandoned by their families or left
alone after their parents died now comprise a new family with their caretakers.
Although their HIV status is a reality for them, they are still alive and
winning small victories. In essence, through their positive attitudes, they are
keeping hope alive. The film is in Amharic with English subtitles.
The documentary "Call Me Kuchu" (U.S., 2012), by co-directors Katherine
Fairfax Wright and Malika Zouhali-Worrall, makes its New York premiere at 8 p.m
on Thursday, June 28, the closing night of the festival. The film, which is in
Luganda with English
subtitles, focuses on David Kato, a veteran activist in Kampala, Uganda, who
is fighting to repeal the country's homophobic laws against his fellow gay,
lesbian, bisexual and transgender men and women, who are known as "kuchus."
Kato is fighting against the new Ugandan anti-homosexuality bill, which
advocates the death penalty for HIV-positive gay men and proposes that anyone
who does not turn in a known homosexual be sent to prison. Kato and a few
others are courageous enough to openly protest Uganda's repressive government,
the brutal press and a controlling church in the fight for lesbian, gay,
bisexual and transgender rights. A closing night reception follows the film.

Fonte: http://www.amsterdamnews.com/opinion/columnists/africa_sings/african-
focus-in-human-rights-film-fest/article_3396f244-b020-11e1-ba04-001a4bcf887a.
html

Pubblicato da Lorenzo Bernini

A Dubaï, un Belge condamné à un an de prison pour homosexualité

Par Christophe Cordier jeudi 07 juin 2012

L'information a été révélée par le journal émirati The National: à Dubaï, aux
Emirats arabes unis, un ressortissant belge a été condamné hier à un an de
prison en raison de son homosexualité.
Les ennuis judiciaires de ce jeune homme âgé de 24 ans avaient commencé après
la mort de son compagnon le 24 septembre dernier. Victime d'une chute depuis
une fenêtre de son appartement, cet homme de 25 ans d'origine philippine aurait
eu le temps de dire à quelques passants que son ami l'avait poussé. Il a
ensuite succombé à ses blessures.
Il nie le meurtre
Devant le tribunal, le Belge a fermement nié ce scénario. Il a au contraire
expliqué que, suite à une dispute, son compagnon s'était enfermé dans la
cuisine avant de sauter par la fenêtre.
La Cour a estimé qu'elle manquait de preuve pour condamner le jeune homme pour
meurtre, mais l'a en revanche renvoyé devant un autre tribunal en raison de son
homosexualité. Dans cet émirat, les homos risquent en effet dix ans de prison,
selon l'article 177 du code pénal.
Quatre hommes déjà condamnés
C'est finalement ce second tribunal qui a condamné le jeune homme. Il sera
expulsé du pays après avoir purgé sa peine. Dubaï, un Etat en pleine croissance
connu pour son président mégalomane et ses délires architecturaux, poursuit
donc sa politique de criminalisation de l'homosexualité.
En avril, déjà, deux hommes – un Britannique et un ressortissant des
Seychelles – avaient été condamnés à trois ans de prison pour homosexualité. Le
même mois, deux Bangladais avaient été condamnés à six mois de prison et à l'
expulsion du pays après avoir été surpris dans des toilettes publiques.

Fonte: http://www.tetu.com/actualites/international/a-duba-un-belge-condamne-a-
un-an-de-prison-pour-homosexualite-21694

Pubblicato da Lorenzo Bernini

Polledri (Lega): peggio di una figlia lesbica solo un genero marocchino

Lo ha affermato il parlamentare leghista Massimo Polledri, psichiatra, ospite a Radio 24 della 'Zanzara' "L'omosessualità - ha detto - è una condizione di infelicità che può essere reversibile"

Roma - "Se i miei figli fossero gay non sarei contento sarebbe come se mia figlia mi dicesse 'mi faccio suora' o 'mi sposo con un marocchino'. Anzi, questo sarebbe uno dei peggiori casi che possano capitare". Lo ha affermato il parlamentare leghista Massimo Polledri, psichiatra, ospite su Radio 24 alla 'Zanzara' "L'omosessualità - ha detto- è una condizione di infelicità che può essere reversibile. E' una situazione di identita' sessuale distonica. Non e' una malattia ma in quella situazione si può stare male e qualcuno si rivolge a uno psicologo: tre su dieci poi sono stati meglio, ne traggono beneficio".

Di contro, Polledri ha tessuto l'elogio dei Family day di Milano conclusi dalla visita di Papa Benedetto XVI alla cui messa si è presentato inatteso anche Umberto Bossi. "La famiglia - ha sottolineato Polledri- è la cellula fondamentale della società e, come ha ricordato il Cardinale Scola, la prima ed insostituibile 'scuola' di comunione. La partecipazione della gente all'evento di Milano è stata incredibile, commovente. Per 3 giorni le famiglie si sono strette al Santo Padre in un tutt'uno inscindibile". E "il Papa, con la sua mitezza, ha spazzato via gli attacchi e i veleni dell'ultimo periodo dando una grande dimostrazione di come la Chiesa si ricompatti nei momenti di difficoltà.
Ai pochi che intendono minare le fondamenta della Chiesa hanno risposto gli 80 mila di San Siro".

Fonte: http://www.gaynews.it/articoli/Opinioni/88139/Polledri--Lega--peggio-di-
una-figlia-lesbica-solo-un-genero-marocchino.html

Pubblicato da Lorenzo Bernini

La questura rilascia la carta di soggiorno per motivi familiari al coniuge dello stesso sesso del cittadino italiano

La questura di Milano ha rilasciato il 10 maggio 2012 la carta di soggiorno per
motivi familiari, ai sensi del decreto legislativo n. 30 del 2007 ad un
cittadino brasiliano coniugato in Spagna con un cittadino italiano.

Si tratta del primo caso noto nel quale la questura accoglie la domanda di
rilascio della carta di soggiorno presentata da una persona di sesso maschile
sposata all'estero con altra del medesimo sesso, senza l'intervento del
Tribunale. Nel 2011, infatti, la questura di Reggio Emilia aveva respinto
l'analoga richiesta presentata da un cittadino dell'Uruguay sposato con un
cittadino italiano in Spagna e patrocinato da Avvocatura per i Diritti LGBTI -
Rete Lenford nella fase amministrativa. A seguito del ricorso presentato dal
cittadino uruguayano il Tribunale di Reggio Emilia, con decreto del 13 febbraio
2012, aveva annullato il provvedimento di diniego della questura e disposto il
rilascio della Carta di soggiorno.

Il caso di Milano riveste particolare importanza anche in ragione del fatto
che il cittadino brasiliano è una persona transgender dall'aspetto femminile,
che per la legge italiana è ancora di sesso maschile non avendo richiesto la
riassegnazione dell'attribuzione di sesso. La coppia ha una stabile relazione
familiare che dura da 8 anni e nel 2009 ha contratto matrimonio in Spagna. Il
coniuge italiano è un operaio, mentre quello brasiliano è una casalinga. A
seguito del matrimonio la persona transgender si era vista respingere la
richiesta di rilascio della carta di soggiorno per ben 4 volte da parte della
questura, alla quale ha rinnovato la domanda nel febbraio scorso, allegando il
testo del decreto del Tribunale di Reggio Emilia. Questa volta l'esito della
procedura è stato per fortuna positivo.

Il decreto del 13 febbraio 2012 del Tribunale di Reggio Emilia ha stabilito,
attraverso una minuziosa ricostruzione del quadro normativo vigente e
applicabile, che la nozione di coniuge da porre alla base della decisione del
rilascio della carta di soggiorno è quella derivante dal diritto comunitario e
in particolare dalla direttiva n. 2004/38/UE, recepita in Italia dal decreto
legislativo n. 30 del 2007 e successive modificazioni. La finalità di questa
disciplina è la tutela della libera circolazione in ambito UE, in particolare
il diritto dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di
soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. Quella di
circolazione è una delle libertà fondamentali dell'UE, come ribadito nel 2009
dalle Linee guida emanante dalla Commissione europea, per una migliore
trasposizione della Direttiva 2004/38/CE. L'esigenza di assicurare l'esercizio
di questa libertà prescinde del tutto dalla regolamentazione interna dei
rapporti familiari, che è demandata al singolo legislatore nazionale: infatti,
la libertà di circolazione e il diritto di famiglia tutelano esigenze diverse,
ragione per la quale nel primo caso vi è necessità di interpretare la nozione
di famiglia secondo il diritto dell'Unione europea e dunque a norma
dell'articolo 9 della Carta europea dei diritti dell'uomo, che individua in
capo ad ogni persona il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia, senza
alcuna limitazione alle sole coppie di sesso diverso.

Nel caso di titolo di soggiorno avanzato dal coniuge di una persona dello
stesso sesso, lo status del richiedente la carta di soggiorno rimane estraneo
all'ordinamento italiano, ma il suo diritto ad ottenere un titolo di soggiorno
viene accertato sulla base delle norme europee. In questo senso la nozione di
'coniuge' adottato dal decreto legislativo n. 30 del 2007 rimanda non alla
normativa interna italiana o di ciascun altro paese, ma a quella sovranazionale
europea, per la quale sono inconferenti tanto la nozione di coniuge del paese
ospitante, quanto quella della legge nazionale del richiedente, dovendosi fare
riferimento alla legge del paese (di provenienza) nel quale è stato validamente
celebrato il matrimonio. La stessa Corte di Cassazione, nell'ordinanza n. 25661
del 17/12/2010, aveva ribadito che "il diritto all'ingresso e al soggiorno per
ricongiungimento familiare del cittadino extracomunitario con cittadino
italiano è regolato esclusivamente dalla disciplina normativa di derivazione
comunitaria".

Fonte: http://www.retelenford.it/cartasoggiorno10052012
Postato da Lorenzo Bernini

Italia al quarto posto nel mondo per richieste d’asilo. “Serve un sistema unitario di accoglienza”

Nadan Petrovic (Unità sistema di interventi decentrati dell'Oim) è autore del
libro "Rifugiati, profughi, sfollati. Breve storia del diritto d'asilo in
Italia dalla Costituzione ad oggi", che verrà presentato domani alla Camera.
Diverse le questioni irris
ROMA – Sulle richieste d'asilo lo scorso anno in Italia è stata emergenza, ma
oggi bisogna pensare ad un sistema unitario di accoglienza che punti
soprattutto sull'integrazione lavorativa. Ne è convinto Nadan Petrović,
responsabile dell'Unità sistema di interventi decentrati dell'Organizzazione
internazionale per le migrazioni e autore del libro "Rifugiati, profughi,
sfollati. Breve storia del diritto d'asilo in Italia dalla Costituzione ad
oggi", che verrà presentato domani, mercoledì 30 maggio alle ore 15 presso la
Camera dei deputati a Roma, alla presenza del presidente della Camera dei
deputati, Gianfranco Fini, di Massimo D'Alema e Roberto Maroni. "L'Italia ha
registrato un'emergenza numericamente importante ma non catastrofica – spiega
Petrović -. Una situazione che ha portato il paese al quarto posto al mondo tra
i paesi industrializzati per numero di richieste d'asilo. Davanti c'erano solo
Stati uniti, Francia e Germania. Dopo l'Italia, il Canada, la Gran Bretagna e
la Svezia. I sistemi ordinari non hanno retto e quindi si è dovuto cercare
altre strade".

Il volume ripercorre l'evoluzione della legislazione e delle prassi di tutela
del diritto d'asilo in Italia, da cui emerge un quadro certamente migliore
rispetto al passato, ma con delle questioni ancora irrisolte. "Siamo messi
meglio rispetto al passato perché da una decina di anni a questa parte c'è
stata una presa di coscienza del problema – aggiunge Petrović -. Storicamente l'
Italia non doveva occuparsi dei rifugiati. C'era quasi un accordo tacito a
livello internazionale, dove l'Italia fungeva più che altro da paese di
transito. Dagli inizi degli anni 90, invece, la situazione cambia radicalmente
e l'Italia inizia a rimboccarsi le maniche per cercare di costruire un
dispositivo nazionale d'asilo. Certamente siamo messi meglio, però non possiamo
dire di essere messi benissimo". La sottovalutazione dei primi segnali, spiega
Petrović, ha causato ritardi nel predisporre gli strumenti adatti. "Dalla fine
dai primi anni 50 alla fine degli anni 80, in circa quarant'anni quindi in
Italia si sono presentate circa 200 mila domande d'asilo. L'anno scorso quasi
40 mila in un anno. Quando fu fatto il primo censimento in Italia dei rifugiati
nel 1990, di questi 200 mila sono 12mila risultavano ancora residenti in
Italia. Tutto questo è come se avesse deresponsabilizzato il legislatore, tanto
il problema era irrilevante e irrisorio numericamente".

L'aumento degli arrivi, però, cambia radicalmente l'approccio ed oggi, spiega
Petrović, non mancano le esperienze positive. "Abbiamo alcune realtà che non
vanno sottaciute. L'Italia, dal 2000 in poi, ha riformato il sistema delle
valutazioni delle domande d'asilo, i tempi di attesa si sono fortemente ridotti
rispetto agli anni 90. Sono state create le commissioni territoriali per la
valutazione delle domande di asilo. Tempi più celeri rispetto anche all'
esperienza di altri grandi paesi europei. Le percentuali di riconoscimento di
uno status sono superiori alla media europea e dal punto di vista della
procedura diciamo che sono stati fatti enormi progressi". Il bicchiere è "mezzo
vuoto", invece, se si parla invece dell'accoglienza. "Sono stati fatti grandi
progressi sugli interventi di accoglienza. Ci sono vari sottocircuiti, come lo
Sprar, i Cara, sono stati fatti accordi con le grosse aree metropolitane, ma
manca una visione d'insieme, manca ancora uno sforzo per ricondurre tutte
queste esperienze verso un disegno unitario, pubblico e che coinvolga tutti gli
attori". Un sistema di accoglienza che possa puntare per richiedenti e
rifugiati soprattutto sul lavoro. "A mio modo di vedere si può fare di più a
partire dall'integrazione lavorativa – aggiunge Petrović -. Oggi i rifugiati
vengono visti ancora e solo come un peso assistenziale, mentre sono portatori
di professionalità utili al sistema Italia". Difficile fare previsioni per quel
che riguarda le politiche che verranno messe in campo nei prossimi mesi, ma
Petrović si dice fiducioso. "L'Italia ha fatto dei passi avanti negli ultimi
dieci anni. Non sono ancora sufficienti, ma confido che per il futuro prevalga
il buon senso".
Fonte: http://www.migrantitorino.it/?p=23619
Pubblicato da Lorenzo Bernini