Se questo è un uomo. Rifugiati a Milano

di Rosamaria Vitale

A Milano e provincia ci sono circa 5000 rifugiati. La metà è arrivata con l'
Emergenza Nord Africa nel 2011. Il capoluogo lombardo offre loro varie
possibilità. Una è la strada, specialmente tra primavera e ottobre. Poi, quando
diventa difficile vivere all'addiaccio, comincia il Piano Antifreddo,
operazione in cui il Comune di Milano ha messo a disposizione circa 1200 posti
letto. L'accesso a tali posti letto è filtrato dal Centro di Aiuto gestito del
Comune di Milano ed un letto lo si trova quasi sempre, per tutti, fosse pure
nei mezzanini della metropolitana. Ci sono rifugiati che passano da un piano
antifreddo all'altro, per anni, senza mai essere riusciti ad inserirsi da un
punto di vista psico-sociale- lavorativo. Al loro arrivo erano ragazzi
baldanzosi, sani, pieni di speranze ed aspettative, ma con il passare del tempo
si sono ammalati, hanno perso ogni punto di riferimento ed ogni legame
affettivo con le loro famiglie al paese di origine, diventando nel giro di
pochi anni depressi, alcolisti, muti e solitari, ma soprattutto senza alcun
futuro se non quello della strada.

In questa analisi è importante comunque distinguer due tipi di richiedenti
asilo: quelli dell'Emergenza Nord Africa e tutti gli altri. Come abbiamo detto,
a Milano e provincia sono state accolte 2500 persone nel periodo maggio-
dicembre 2011. Si tratta di uomini, donne, bambini, provenienti dalla Libia,
che fanno parte di un progetto gestito dalla Protezione Civile per conto del
ministero degli Interni. Essi, nati nei paesi dell'Africa Sub Sahariana o in
Bangladesh, erano emigrati da anni in Libia per lavoro. Nessuno di loro ha
scelto di venire in Italia. Hanno avuto vicissitudini del tutto particolari e
al 31 dicembre, quando saranno sospesi i finanziamenti da parte del ministero
degli Interni, saranno tutti sulla strada. Si calcola che solo l'8% tra di loro
abbia avuto il permesso di soggiorno, per motivi umanitari o sussidiari; per
tutti gli altri rimane solo la clandestinità. Essi sono stati ospitati durante
questo periodo in luoghi più o meno idonei, trattandosi di un emergenza. Perciò
sono stati riempiti alberghi, nei paesi dell'hinterland milanese (ma anche in
tutte le altre provincie); il Residence di Pieve Emanuele per esempio ne ha
ospitati 400, per più di un anno, più o meno abbandonati a sé stessi. Tra di
loro abbiamo visto parecchi alcolisti, qualche spacciatore, un esperto in
traffico di esseri umani.

Per loro la retta pagata dal ministero era, come per tutti gli altri, di 46
euro al giorno. Anche piccole parrocchie e associazioni legate al Comune di
Milano hanno offerto loro ospitalità, e lì sono stati accuditi sempre con
attenzione. A Milano però sono stati i dormitori gestiti da fondazioni del
privato sociale a mettere a disposizione il maggior numero di posti; si tratta
di luoghi di accoglienza improvvisati, utilizzati come emergenza, spesso in
situazioni al limite dell'umano. «Veniamo trattati come bestie», è una frase
che si sentiva ripetere spesso, da chi ha vissuto per 18 mesi in quei luoghi.
Ed era vero: le stanze erano sovraffollate e gli operatori non avevano alcuna
professionalità. Si trattava infatti di ragazzi provenienti dal Marocco o dal
Kosovo, essi stessi ospiti del dormitorio, molto problematici già per conto
loro e del tutto inidonei a svolgere tale ruolo perché incapaci di relazionarsi
con chicchessia. Pulci e zecche non risparmiavano nessuno, il cibo, spesso
scaduto, provocava diarree e vomiti in continuazione, parlare con l'unica
assistente sociale, se c'era, diventava un terno al lotto. I migranti
provenienti dal Nord Africa che per loro sfortuna sono finiti nei dormitori di
questo tipo hanno avuto una vita durissima, tra ribellioni inutili e
sottomissioni obbligate.

Per tutti gli altri richiedenti asilo, provenienti soprattutto da Afghanistan,
Pakistan, Eritrea, Somalia il percorso di integrazione è invece molto più
tutelato, essendo sotto la responsabilità diretta del Comune di Milano,
attraverso l'ufficio di Via Barabino, dove vengono accolte tutte le richieste.
L'ufficio è gestito da operatori professionalmente competenti e umanamente
disponibili, che seguono ogni richiesta con scrupolosa attenzione. Non è sempre
facile neanche per loro, programmare il percorso di accoglienza e integrazione;
i posti disponibili a Milano per i richiedenti asilo e rifugiati sono solo 480,
distribuiti su 5 centri Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti asilo e
rifugiati ). Uno di tali centri, in via Sammartini, è riservato a donne e
bambini. La gestione dei centri è affidata alla Cooperativa Farsi Prossimo e la
parte medica dell'Accoglienza è affidata all'associazione Medici Volontari
Italiani. Nei Centri Sprar gli ospiti possono stare per 10 mesi e vengono
seguiti da educatori, assistenti Sociali e infermieri che fanno da tramite con
il medico e gli ospedali. Viene dispiegato il massimo impegno affiché alla fine
della sua permanenza nel centro il rifugiato sia in grado di gestire la propria
vita con una certa autonomia, cioè conosca l'italiano, sia iscritto al Servizio
Sanitario Nazionale, abbia un lavoro e sappia dove andare a vivere. Non tutti,
ovviamente, riescono in questo programma poiché i fattori individuali hanno il
loro peso, e così pure i fattori sociali, comunque si può dire che circa l'80%
di chi esce da tali centri può guardare al futuro con una certa serenità.

Milano offre quindi una panoramica molto eterogenea per quanto riguarda la
vita di richiedenti asilo e rifugiati; si va dalle condizioni inumane in cui
sono costretti a vivere in qualche dormitorio, pochi per la verità, dove anche
i controlli vengono mistificati, ad una accoglienza di buon livello,
controllata dal Comune, dove essi si sentono accuditi e protetti, come
spetterebbe di diritto non solo ai richiedenti asilo e rifugiati ma ad ogni
essere umano. A volte, in certi luoghi così detti "d'accoglienza" viene
spontaneo chiedersi dove siano le istituzioni, la prefettura, la questura, l'
Alto commissariato Onu per i rifugiati. Nessun essere umano dovrebbe vivere in
condizioni così inumane, eppure succede.

Fonte: http://www.corriereimmigrazione.it/ci/2012/09/se-questo-e-un-uomo-la-
vita-dei-rifugiati-a-milano/

Pubblicato da Lorenzo Bernini

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